In stallo la lista Arcobaleno
di Giampiero Cazzato
Roma 21 novembre 2005
A raccontare la giornata del 19 novembre - ennesimo incontro della Camera di consultazione della sinistra - attraverso la lettura delle relazioni e degli interventi verrebbe da chiedersi non solo perché questa benedetta sinistra non sia unita, ma perché non sia saldamente in sella a governare il Paese. E sì perché nella corposa cartellina che accoglie lo stoico cronista (che si volesse prendere la briga di leggerla) c’è molto di un possibile programma di governo per l’alternativa. Tante idee, in massima parte buone, analisi articolate, ragionamenti fini.
Solo che quella cartellina rischia di essere appesa al nulla, se non trova un contenitore che gli dia gambe e sostanza. L’annoso problema, il problema dei problemi, quello cioè «dell’accordo sulle forme della politica», della organizzazione e riorganizzazione della sinistra politica, come ricorda Achille Occhetto, rimane ancora insoluto. Non che non ci si provi Diliberto ad ingranare finalmente una marcia in più. E, infatti, agli atti dell’assemblea del 19 c’è la precisa richiesta di “trasformare la Camera di consultazione in assemblea costituente per federare la sinistra. Se inizierà questo percorso si potrà poi discutere di tutto, le forme, le parole, ma partendo dal progetto politico” dice Diliberto tra scroscianti applausi. E’, la sua, una risposta al segretario dei Verdi che nel suo intervento aveva ripetuto: “non ci interessa la riaggregazione del vecchio Pci” (anche se è bene ricordare come proprio il vecchio Pci fu un partito a cui si aderiva sulla base di una condivisione programmatica e non ideologica). Per Pecoraro la lista Arcobaleno si può fare se “si tratta di un’operazione larga e nuova che vada oltre le vecchie appartenenze”. In ogni caso il leader ambientalista pare attestarsi su un’opzione minima, la presentazione di una lista unitaria al solo Senato e sempre che non decolli “una lista dell’Unione la più larga possibile”. Diliberto incalza, quel “ni” può essere qualcosa di più, anche perché, chiarisce, nessuno vuole rifare il Pci, perché con la nostalgia non si fa la politica. Il tema è provare a fare qualcosa di nuovo, unendo le risorse che si sono sprigionate in questi ultimi anni nella società e nel sindacato con quelle forze della sinistra politica che nell’ultimo decennio si è polverizzata e che oggi deve, se vuole incidere e contare, avviare un percorso di aggregazione. Anche perché l’accordo alla Camera tra Ds e Margherita “lascia aperta una prateria a sinistra per la difesa dei diritti”. Il cimento è quello “della rappresentanza politica del mondo del lavoro dipendente”, che rischia altrimenti di restare senza voce nelle istituzioni. “Abbiamo votato insieme su tante cose, sulla scuola, come sull’Iraq, sulle riforme, come sulla giustizia. Dobbiamo dividerci sulla parola sinistra?”. No, si accalora il segretario del Pdci, “io sto alla cose non alle parole”. Anzi, il segretario dei Comunisti italiani confessa persino una certa “stanchezza” ad andare avanti solo con le parole. “Se non ora quando?”, aveva detto il 15 gennaio alla Fiera di Roma, in occasione dell’assemblea promossa dal manifesto. “E’ passato quasi un anno da allora, ne sono passati più di due dalla nascita del Forum per l’alternativa programmatica e di governo, frutto del lavoro della sinistra della Cgil. Ma i passi in avanti sono ancora pochi. E quei pochi si sono impantanati nella nuova legge elettorale proporzionale che, portando la soglia di sbarramento al 2 per cento, ha alimentato le logiche di nicchia, la cura maniacale dell’orticello”. Il Pdci, forte del suo 2,8 per cento alle regionali, è in grado di superare abbondantemente la soglia. Ma non è qui il problema. Perché una volta che il centrosinistra vincerà le elezioni e dovrà governare, una volta che sarà archiviato lo spirito emergenziale, la fase del CLN antiberlusconiano, servirà una sinistra forte e coesa in grado di contrastare le sempiterne spinte moderate della coalizione. Sarà così sulla legge 30 (vedasi le parole di Fassino che non parla più di abrogazione ma di miglioramenti), sul rifinanziamento della missione irachena, sul Dpef. Il nodo è insomma quello della capacità della sinistra di elaborare un progetto per il Paese, un progetto che possa essere egemonico nella società. «Non ci sarà un secondo tempo» avverte Diliberto, anche perché «con il sistema proporzionale scatterà la lotta tra tutti, il riflesso identitario. E’ evidente che si deve fare qualcosa subito per portare l'Unione più vicino ai problemi della gente». Il tempo della lista Arcobaleno è adesso, non dopo le politiche. Alla fine della giornata Alberto Asor Rosa, come presidente dell'assemblea, afferma che la proposta di Diliberto è “pienamente legittima”. E visto che in una manifestazione non si può votare, sarà necessario convocare la Camera di consultazione in sede formale per prendere una decisione. Ma l’accoglienza entusiasta che ha avuto l’intervento di Diliberto la dice lunga sul punto di vista di quello che chiamiamo popolo della sinistra. Il cammino è in salita. E i tempi sono stretti. L’arcobaleno andrà da piazza Montecitorio a palazzo Madama, o si limiterà al Senato? L’unica cosa certa è che il Pdci proverà a farlo, anche se altri si dovessero sfilare. Perché tra cielo e terra ci sono molte cose e molte energie da mettere a frutto.